FRANCESCO CERAOLO parla di:

Alda Merini


L'affermazione di Alda Merini come poetessa, fuori dai ristretti circoli letterari e dalle piccole assise intellettuali è avvenuta attraverso l'immagine, quella forma esteriore della realtà che lei stessa definisce come ciò che di più deleterio e allo stesso tempo resistente esista.

L'immagine riprodotta dal mezzo televisivo, quella onnivora e divoratrice, capace di cogliere tutto tranne il superfluo, il dettaglio - la cosa più importante – ha quindi consegnato la figura di Alda Merini (mi riferisco alle sue apparizioni al Maurizio Costanzo Show) al pubblico italiano che l’ha riconosciuta come modello di poetessa contemporanea, che non può, in quanto inserita nell'ingordo girotondo dei media, vivere solo dei suoi versi. Il poeta contemporaneo utilizza la realtà mediatica o ne è strumento, pedina nelle mani del guru di questo universo di comunicazione di massa, sempre più camaleontico e omologante?

Alda Merini risponde seguendo la sua indole pura e folle come un mostro che divora la sua realtà, che utilizza il suo linguaggio, espressione di una sua dimensione autoctona e distaccata, e dispone del suo codice espressivo convenzionale: "Il gergo dei poeti è questo: un lungo silenzio acceso dopo un lunghissimo bacio". Il "gergo" dei poeti , come lo definisce la Merini, sembra, nel mondo contemporaneo, aver perso quell'individualità, quell'autonomia che fissa ogni stile ed ogni contenuto. "Quello moderno è un uomo che va perdendo quota. Adesso è andato anche sulla Luna, ma con la terra ha perso quota." Alda Merini è l'alito di Dio, come ha definito lei stessa l'Artista in una sua recente intervista. "Di solito parlo di cose che ho vissuto sulla mia pelle. - scrive sempre in un'intervista - Qualsiasi cosa mi è andata bene, una volta l'amore, una volta il manicomio...Il poeta crea di notte, quando tutto tace e annaspando nell'angoscia trova qualcosa di chiaro. Il poeta non è mai solo, è sempre accompagnato dalla meraviglia del suo pensiero. Io sono un po' camaleontica, anche se non sono una patita di libri e non ho mai avuto una grande erudizione.

Ho studiato molto da ragazza perché ero una secchiona, ma avendo una grande memoria e facilità nell'apprendimento trovavo sempre molto tempo per giocare, per dedicarmi ad altro, per scrivere, per disegnare - disegnavo molto bene - per dedicarmi all'arte in generale."

La poesia di Alda Merini, apprezzata tra gli altri da Oreste Macrì , David Maria Turoldo, Salvatore Quasimodo, Pier Paolo Pasolini, Carlo Betocchi, Maria Corti, Giovanni Raboni, ci accompagna ormai da diverso tempo.

Quasi cinquant'anni sono passati dalla pubblicazione della sua prima raccolta di versi

"La presenza di Orfeo", per poi continuare con

"Paura di Dio" ( Scheiwiller, 1955 ),

"Nozze romane" ( Schwarz, 1955 ),

"Tu sei Pietro" ( Scheiwiller", 1962 ).

Lontani sembrano anche quei vent'anni di vuoto e silenzio, passati in manicomio, esperienza che l’artista milanese non ha mai temuto di affrontare nelle sue poesie e nelle sue interviste. Successivamente abbiamo avuto

"Destinati a morire" ( Lalli, 1980 ),

"La Terra Santa" ( Scheiwiller, 1984 ),

"Fogli bianchi" ( Biblioteca Cominiana, 1987 ),

" Testamento "( Crocetti, 1988 ),

"Vuoto d’amore" ( Einaudi , 1991 ),

" Ballate non pagate" ( Einaudi, 1995 ) e

"L' altra verità" (Scheiwiller, 1986 ) primo esperimento di scrittura in prosa, un genere che la Merini estremizza, travasandone i contenuti dalla poesia, rendendolo espressione di una diversa tensione comunicativa interiore, che soddisfa altre voracità della sua "anima". Quell'"anima" sempre al centro del suo percorso cognitivo e maieutico, un'anima "innamorata", come dice il titolo di uno dei suoi ultimi libri, un'anima che è "una specie di inceneritore del corpo, un gesto sublime contro l'empietà della vita".

L'altro momento centrale della poetica della Merini è il rapporto tra l'uomo e la morte, anzi la sua morte, intesa singolarmente, non come momento eterno di comunione con il divino o di cessazione di ogni attività vegetativa, ma come l'attimo in cui è scritta la parola fine al romanzo che è la vita di ogni singolo individuo, ciò che completa la sua esistenza e non ne segna la sua crisi irreversibile: "Chi ha paura della morte si offenda. La morte è una riviera musicale, il seno curvo della donna amata.

Non c'è spazio tra l'uomo e la sua morte. Soltanto il batticuore di un nemico che ride al suo passaggio." La morte intesa quindi in questa sfera di autonomia, di appartenenza alla vita non in termini generali, ma a quella di ogni singolo individuo, è qualcosa che la Merini si sente quasi di auspicare per se - "mi mancherebbe tanto di morire, - dice in un'intervista - perché io la vita l'ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio"[...]

"Per me la vita è stata bella perché l'ho pagata cara" - quasi costituisse una gloriosa dipartita dalla sua vita e dalla “bellezza” delle sue tragedie. Alda Merini parla dunque in nome di un’intima ispirazione, di una estrema e sacra vocazione, quella di restituire alla realtà, a Dio e alla vita, l’essenza stessa dell’individuo, di colmare il baratro che lo separa dalla morte e da se stesso. Utilizza il discorso poetico – che incede sempre con cadenze sacrali, quasi liturgiche – non per elargire rassicurazioni – in nome di una chissà quale “rivoluzione” che è lì da adempiersi – o per dispensare l’oblio - frutto della follia e della depressione -, ma per riconsegnare al mondo la sua essenza panica e religiosa, mistica e amorosa.

Il poeta dunque, assume nuovamente quel ruolo smarrito di folle e meravigliosa guida dell’umanità verso la verità e l’essenza, che diventa sacerdote e “sopporta pene indicibili per regalare la propria parola agli altri”, che è ucciso da quella stessa gente a cui concede il dono più prezioso, quello della Parola, ma che continua a vegliare attraverso i suoi versi che non attingono all’infinito ma addirittura lo amplificano, lanciati “nello spazio siderale, come una stella sparata dalla terra”.


FRANCESCO CERAOLO ha parlato di: Alda Merini

 

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