Davide Riccio, di origini scozzesi, irpine e normanne, è nato nel 1966 a Torino, dove vive svolgendovi dal 1986 l'attività di educatore professionale in favore di disabili e in abito psichiatrico presso una comunità alloggio di pronto intervento. E' inoltre giornalista e musicista. Ha collaborato con il quotidiano "Torino Sera" (cultura in genere, recensioni) dal 1999 al 2001 e con "La Val Susa" nel 1998 (pagine musicali). Articolista e divulgatore per la rivista nazionale di turismo, arte, scienze e misteri "Oblò" dal terzo numero ad oggi (fondata nel 2000 con sede a Livorno). Dal 1994 al 2002 ha collaborato fin dal primo numero alla rivista nazionale di letteratura "Vernice" della Genesi Editrice. Collabora inoltre ad alcuni e-magazine. Ricercatore e inquirente del C.U.N. (Centro Ufologico Nazionale) tra il 1997 e il 1998. Pubblica poesie e racconti dal 1983, prediligendo antologie e riviste, e da due anni Internet al fine di non pagarsi l'autopubblicazione, com'è praticamente sempre richiesto dalla piccola editoria.
36 METRI QUADRATI
Ho 36 anni e un minialloggio.
Ingresso tinello e cucinino
una camera con divano letto
un bagno cieco e due balconi,
36 metri quadrati calpestabili in tutto
insopportabili ormai, un metro quadro
per ogni anno di mia vita.Non è nemmeno detto
che per la stessa misteriosa legge
100 metri quadrati
li avrò almeno a cent'anni.
A cent'anni poi mi basteranno
due metri di lunghezza
per novanta centimetri di larghezza.
Poesia scritta sulla falsariga di "O cameretta, che già fosti un porto" di Francesco Petrarca.
O casetta di tinello e cameretta
(e con ancora il bagno da rifare),
che pur gran cosa fosti al mare aperto
e alle tempeste dei miei vent'anni,
via dai genitori finalmente,
nell'aria e nella mente propositi
e promesse di vita nuova;
e non più sei vent'anni dopo
agli ultimi anni migliori,
che opprimente tana soffocante,
e un altro cruccio vi si cova tra i tanti
dei miei sempre più affannosi anni
di single tartassato dai danni
e malanni di una Italia che cambia
ogni giorno più dura, cara e precaria
parcellizzante (alienante?).O cameretta, indipendenza
agognata, già porto alle mie giornate
di ormai spento sottostipendiato dipendente
col suo andare e tornare per diporto,
che appartato e creativo
poi vi sognava il suo momento,
con la chitarra o alla scrivania -
dov'era la fabbrica di prossima fama
e riscatto, e la poesia:
ora appena vi contieni
il cumulo e il disordine
del collezionista colto
dagli anni a non coglier più l'attimo
e il frutto delle fatiche.
Con la sola certezza del tumulo,
non c'è più spazio
per altro ancora
e forse nemmeno il tempo.Ho la sindrome di Sisifo
che sarebbe di Atlante
fossi io stato almeno
marito, padre e professionista
di classe medio-alta
(ché quella media soltanto
esangue pure si estingue);
uno quindi con un vero mondo
sulle spalle e non quello fantastico
poi senza le palle.Non più un vivere maudit
a loro affascina e a me conviene.
Anche gli amici
che han preso moglie
e cresciuto i figli
si fanno più radi e freddi
e pigri e giudicanti.
Quanto ai parenti poi
non li ho mai amati.Non scrittore poeta o cantante
né scienziato sportivo od altro
di ancora o di fu chiara fama,
quando avrò la mia minima
- se vi sarà pensione -
neanche s'invocheranno per me
i benefici della Bacchelli
col vitalizio esentasse
al cittadino illustre in stato di bisogno.
Di me lo Stato
avrà avuto mai altro bisogno
non postumo
se non quello numerico
anche al grido fuggitivo? *Ora, cambiato il senso
superbo della giovanile solitudine,
da questi pensieri cupi
in questa casa rifuggerei
il giorno e la sera,
e il volgo, a me nemico e odioso
(chi lo pensò mai?),
per mio rifugio ricercherei
tal paura ho di ritrovarmi
più vecchio, povero e solo,
afflitto come il tema di Ulisse
sull'assolo di viola di Kashkashian **
spolpando e succhiando nòccioli
di olive taggiasche come stasera
ad ogni sorso prima di poter
prendere più stordito e in pace
un po' di sonno.
* Riferimento alla frase "Io non sono un numero, sono un uomo libero" di Patrick McGoohan della serie di telefilm "The Prisoner" (Il prigioniero"), che da bambino mi affascinò fino alla immedesimazione nel personaggio e a farmi credere che il mondo tutto fosse un sistema di controllo (reale, sociale, come scoprirò più avanti) simile al "Villaggio", ed io un perenne perseguitato indomito outsider. tosto, ma in fondo perdente.** Riferimento al tema di "Ulisse" nella colonna sonora di "Ulysses' Gaze" di Eleni Karaindrou, un film di Theo Angelopulos (Kim Kashkashian alla viola).