IL MESTIERE IGNOTO

La professione di quell'uomo era a tutti sconosciuta. Lo si poteva vedere ogni giorno, dall'alba al tramonto, scavare la terra in un campo incolto. Si diceva fosse un contadino, ma nessuno mai l'aveva visto seminare qualcosa; oppure una specie di archeologo. Dicevano addirittura che l'uomo fosse l'ennesimo perdigiorno alla ricerca d'un presunto tesoro degli antichi signori del luogo. Già in tanti, infatti, a sentir dire gli anziani, anni addietro si erano cimentati in analoghe ricerche senza ottenere però un benché minimo risultato e scomparendo poi per sempre dal paese, feriti nell'orgoglio.
Una mattina come tante, Francesco Z., deciso di procrastinare i suoi impegni quotidiani, infilò il cappotto e senza troppo pensare ad una meta predefinita, uscì di casa. Era da un po' che non passeggiava solo per le contrade del paese e quella mattina colse il momento per farlo, approfittando del buon tempo che ormai da mesi non accennava a presentarsi.
L'aria, ancora d'un freddo pungente per la nottata appena trascorsa, gli batteva insistente e seccante sul viso e gli provocava uno strano senso d'ebbrezza ed eccitazione. Mai aveva avuto tanto desiderio di camminare da solo per i sentieri desolati di campagna, che tanto odiava paragonandoli alle sfavillanti vie di città, ma in quel giorno sembrava non volesse altro. Scrutava con velata mestizia le aie delle antiche case contadine, così pregne di colori caldi ed invecchiati. Quasi poteva sentire il respiro di quelle mura umide e stinte, affannoso ed irregolare ma d'una sconcertante sicurezza. Avanzando nel suo sconosciuto itinerario, Francesco si addentrò sempre di più nei meandri sconosciuti e pericolosi del paese, ove un piatto orizzonte nebbioso rendeva assoluta la desolazione dei campi tutt'intorno. Inspiegabilmente non provava alcun timore nel proseguire, come sapesse che in quel giorno non gli sarebbe capitato nulla di male, anzi, avrebbe proprio scoperto o riscoperto particolari fondamentali per la sua vita.
In quel mentre, si accorse con grande stupore, di essere giunto al campo devastato dell'uomo scavatore. Si fermò alcuni istanti a guardare esterrefatto il lavoro da lui compiuto: fosse di incommensurabile profondità ovunque e fango e terra raccolti in alti cumuli a fianco di esse. Ma quel che gli parve più strano e che provocò in lui quasi un certo fastidio fu il non vedere l'enigmatico individuo che, come sempre, dovrebbe essere stato presente ed intento nel suo lavoro. Cercò invano di individuarlo con lo sguardo nei campi circostanti o lungo la strada sterrata ma nulla, non si vedeva, e dire che aveva percorso tanta strada per arrivare a lui. Pazientemente si mise ad attenderlo seduto su di un ceppo marcio e gonfio d'acqua, con la fronte appoggiata alle mani giunte. Non si sa per quante ore Francesco rimase in quella posizione ad aspettare. Come nessuno lo notò mai arrivare, nessuno lo vide nemmeno ritornare verso casa.
Il lavoro dello scavatore di fosse non terminò quel giorno. In molti, infatti, lo notarono nei mesi a venire nel campo, in lontananza, con una vanga tra le mani; qualcuno riuscì anche a parlarci, ma non uno seppe cosa avesse detto loro. Solo un contadino, tuttavia, in una fredda mattinata di dicembre, notò un particolare degno di nota: molte delle fosse erano state coperte di terra.

Alessandra Frisón