Santa Luna

di Marinella Fiume

Sommersa. Sommersa nel gran mare della Storia che l’ha condannata all’oblio della memoria. Lei come tutte le altre donne banali morte per mano maschile, violenta, armata della Croce Santa, travisata nei guanti di velluto ricamato degli inquisitori siculo-spagnoli.
Il suo nome è Matia La Verde, schiava bianca dell’Arciprete di Chiusa Sclafani.
La sua disgraziata storia è rimasta sepolta per lunghi secoli negli scaffali degli archivi madrileni del Tribunale del Sant’Uffizio, e solo un paio d’anni fa una mano di donna, anche lei siciliana, ha scosso lo spesso strato di polvere depositato sull’incartamento relativo al suo processo e alla sua condanna. Che sia benedetta nei secoli!
La sua nefanda colpa? Avere rivolto una notte d’agosto il cuore e gli occhi pieni di nostalgia al cielo gremito di stelle, implorando la Santa Luna di far tornare a casa il suo amore in periglioso viaggio per terre lontane:

“Luna veja, luna nueva
que tienes en la caveça
quatro cabretos,
o tu me los da
o tu me los presta”.



Aveva 16 anni e aspettava il suo ritorno per maritarsi. Ma un vicino con la moglie stavano a spiarla e l’indomani diffusero per tutto il vicinato la diceria. Vennero a chiederle spiegazioni sul significato delle sue parole, ma lei non fu in grado di dargliene: quella orazione la recitava sua madre che l’aveva imparata dalla madre, serviva per fare tornare a casa, al sicuro, i parenti e gli amici lontani, anche lei l’aveva recitata per lo stesso motivo, senz’altra ragione e senza conoscere il significato di quelle parole. Tacque naturalmente sulle altre orazioni divinatorie che conosceva!
Se ne tornarono a casa dubbiosi e insoddisfatti.
Ma, l’indomani, un folto gruppo di buoni cristiani, per fare dispetto al suo padrone contro cui ce l’avevano per questioni di lavoro, andò a denunciarla a Ludovico Paramo, in visita in Val Demone in occasione dell’annuale visita pastorale del Vescovo.
L’illustre e dotto Inquisitore, infatti, in cattedrale, aveva emanato l’Editto di fede, fissando, com’era consuetudine, il termine di giorni sei perché chiunque avesse il sospetto o la certezza di un crimine, anche lieve, contro la fede ne facesse denuncia.
A nulla servirono le intercessioni del suo padrone, che tentava di convincere i suoi delatori dell’ortodossia delle sue opinioni religiose perché sapeva che era una buona cristiana e una serva obbediente e aveva sempre sgobbato e osservato i precetti, i digiuni e le festività.
Per paura, nessuno in paese volle più rivolgerle la parola, nessuno volle darle una mano.
Fu catturata in piena notte con grande spiegamento di forze, a nulla servì essersi nascosta nel pollaio tra le galline, fu vano ogni tentativo di fuga.
Fu condotta lacera e sanguinante a Palermo. Si aprivano per lei e si richiudevano alle sue spalle per sempre le porte del carcere dello Steri, “ lu locu di la vera nimicizia e crudeltati chi cui trasi cridi l’afflizioni e la pena ca si pati”, come scriveva un altro disgraziato condannato sulle pareti della sua cella.
Fu chiusa nelle segrete e solo una volta le concessero i conforti religiosi accompagnandola in ceppi e sotto Carlos Cabo Pinturasla custodia del portero nella cappella delle streghe con le altre donne imputate di magia.
Nella sua cella non ebbe neanche un pagliericcio di crine perché, essendo pobre, non aveva come pagarlo, né ebbe nient’altro che pane e acqua per diversi giorni, e il suo abituccio le veniva lavato solo una volta al mese.
Fu processata dal Tribunale perché la luna da lei invocata era la Dea pagana Diana e i capretti erano i capri delle cerimonie in onore di Bacco. Volevano che confessasse che ubbidiva ai comandi della sua Signora, con la quale cavalcava come il vento di notte su un asino per andare a uccidere i bambini e succhiarne il sangue, e che faceva fatture e malefici per fare ammalare gli uomini, i bambini, gli animali e il raccolto. L’accusa era di stregoneria, commercio col diavolo, eresia, lesa maestà divina. Ma poiché si protestava ignorante e innocente, per farla confessare l’ affidarono all’algozir per la tortura della corda. E confessò tutto quello che volevano sentire.
Il suo processo durò un anno, tra il 1602 e il 1603, durante il quale rifiutò di bere e di mangiare e così non arrivò neppure al suo autodafè.
Le sue quattro ossa furono sepolte di notte in un vicolo attiguo al cortile dello Steri, dove il sole non batte mai, ma la Santa Luna non se ne dimentica nei suoi giri quando va ad illuminare coi suoi raggi il mare sul quale si affaccia la massiccia mole del carcere .

Sull’antistante piazza Marina, dominata dalla facciata del restaurato palazzo Steri, divenuta sede del Rettorato, alcune bambine stanno giocando spensierate al sole cocente del primo pomeriggio estivo, approfittando della pausa del traffico automobilistico, solitamente caotico, e intanto cantilenano, senza conoscerne più il senso, la nenia antica che hanno insegnato loro le sorelle appena più grandi e che un tempo conoscevano tutte le ragazze da marito:



“Santa Luna, Santa Luna
di lu celu siti patruna
furriàti a tutti banni
salutatimi a San Giuvanni
San Giuvanni a la marina
salutatimi a Catarina
Catarina è la cchiù bedda
cu lu tuppu e la zagaredda
la zagaredda ci cadìu
San Giusippuzzu ci la rinnìu
ci la rinnìu a la cchiù bedda
cu lu tuppu e la zagaredda.
Spizzatu sia l’incantu
in nomu di lu Patri,
di lu Figghiu
e di lu Spiritu Santu”.

 

avete letto: Santa Luna di Marinella Fiume